CLOSING NIGHT ’74
Las Vegas ed Elvis Presley sono stati un binomio trionfale che tutt’oggi è riconosciuto da tutti nel mondo dell’industria dello show business. Concerti sold-out, luci, vestiti sgargianti: forse è in questa location, più che in qualsiasi altro palco che l’Elvis personaggio si è cristallizzato come icona della musica. Sul piano qualitativo, occorre essere intellettualmente onesti, i periodi trionfali (composti da perfezione, improvvisazione, concerti entusiasmanti e ricchi di novità) sono sostanzialmente divisi in due fasi: il biennio 1969-1970 (totale tre ingaggi) e i due ingaggio del 1972 (ingaggio invernale e ingaggio estivo).
Nel 1973, nonostante il trionfo colossale dell’Aloha From Hawaii, il giochino si inceppa: Elvis anziché riposarsi, tornare a fare musica in sala d’incisione, si rinchiude nell’aiuto datogli dai medicinali, fortemente abbattuto dopo il divorzio da Priscilla. A cavallo tra il gennaio e il febbraio 1973 saltano i primi concerti all’Hilton: forti problemi di voce, legati ad una salute già compromessa, costringono il cantante ad abbandonare più volte il palco.
La primavera e l’estate del ’73 nonostante l’eco della Hawaii che non cessa di diminuire (LP in quadrifonia del Via Satellite andrà al primo posto nelle classifiche Billboard) i tour di Elvis saranno mediocri: un livello standard a ribasso unito ad una sessione tra luglio e settembre 1973 alla Stax davvero di basso livello (ad eccezione di un paio di brani come Raised on Rock o For Ol Time Sale). Il 3 settembre 1973 il Re chiude il suo ennesimo ingaggio all’Hilton con uno dei peggiori concerti fin lì realizzati: poca voce, quasi sul palco controvoglia, alcuni messaggi sibillini lanciati dal palco contro LAS Vegas (e implicitamente contro il Colonnello). Di fatto dopo il 3 settembre Elvis non salirà più sul palco fino al 26 gennaio 1974.
Tempesta sul palco: 364 giorni dopo
La ripresa avviene nel dicembre 1973 con una delle migliori sessioni di registrazione alla Stax. Poi seguirà un 1974 interamente trascorso sul palco, con ottimi concerti: si parte con l’ingaggio invernale all’Hilton in formato ridotto (due settimane anziché quattro); una primavera con un tour di venti giorni tra i più lunghi ed iconici dell’ansia carriera; un’estate costellata di ingaggio al Lake Tahoe e un altro mega tour Estivo.
Infine, nuovamente LAS Vegas: un’apertura tra le più importanti e sperimentali e poi un ingaggio di notevole intensità e novità di repertorio, anche se molto in linea con lo stile del format dell’Hilton.
Il 2 settembre 1974 Elvis tenne all’Hilton di LAS Vegas uno dei concerti più controversi della sua intera carriera. Quei progressi percepiti durante le prime serate dell’ingaggio, qui saltano per aria. Siamo nel Midnight di chiusura.
Qui non va in scena un semplice concerto: sul palco dell’Hilton di Las Vegas assistiamo a un vero e proprio psicodramma in musica. Avvolto nella sua iconica jumpsuit Tiger Man, Elvis Presley chiude un ingaggio di 15 giorni presentandosi al pubblico visibilmente alterato, esausto, iperattivo e al tempo stesso svuotato.
La vetrina delle vulnerabilità
Durante lo show, il confine tra la performance artistica e la vita privata di Elvis si dissolve completamente. L’esecuzione dei brani diventa uno specchio fedele delle sue dinamiche interiori.
La modulazione vocale e il controllo che avevano caratterizzato i suoi momenti migliori cedono il passo a registri urlati, aggressivi e sincopati. Brani come I Got A Woman, Big Boss Man o An American Trilogy perdono la fluidità per trasformarsi in esplosioni di puro pathos e disperazione fisica.
In It’s Midnight, l’interpretazione valica il limite dell’immedesimazione: quel “I Miss You” gridato fino allo sfinimento sul finale non è più solo il testo di una canzone, ma un grido di dolore reale e pietoso.
La necessità di mettersi a nudo
Tra una battuta sulla cintura che lo stringe e momenti quasi farseschi sul palco, Elvis rompe la quarta parete. Il celebre monologo in cui coinvolge l’ex moglie Priscilla e la figlia Lisa (presenti in sala) è una commovente, ma al tempo stesso surreale, riaffermazione pubblica del proprio ruolo di uomo e di padre, un tentativo quasi disperato di controllare la narrazione sulla sua vita privata.
Un esempio di tutto ciò è l’inedita impostazione recitata dal cantante nelle strofe di You Gave Me A Mountain: una pura e semplice dedica alla moglie.
Il punto di rottura emotivo ed esistenziale dell’intero show coincide con il duro sfogo contro i media e i pettegolezzi della stampa di Las Vegas.


Momento di vulnerabilità, situazione completamente inedita per la figura granitica del personaggio Elvis, avviene con nel famigerato “Drug Monologue”, Elvis attacca con violenza verbale chi lo accusa di fare uso di sostanze, giustificando i suoi ricoveri con influenze o malanni passeggeri. Le minacce fisiche rivolte a chi diffonde “voci” rivelano un uomo profondamente ferito, spaventato dall’essere smascherato e incapace di accettare la propria vulnerabilità. Inoltre, la difesa accanita del proprio stato di salute nasconde l’avvenuta rottura di quel precario equilibrio mantenuto nei mesi precedenti, segnando l’inizio di uno dei periodi più bui e complessi di tutta la sua carriera.
Alcune perle in una serata da incubo
Nonostante le pessime condizioni vocali e la visibile alterazione da sostanze, lo spettacolo si trasforma in un laboratorio d’innovazione musicale del tutto inaspettato. Un esempio è la jam session collettiva, totalmente improvvisata dalla TCB Band seguendo i movimenti di Elvis durante Amen a inizio concerto: questa estensione estemporanea porta la band e i coristi a spingere su tonalità parossistiche, aprendo la strada a un nuovo modo di eseguire il pezzo nei tour futuri.
Altro elemento di novità, introdotto da Elvis stesso durante questa folle serata va a creare un precedente per gli anni successivi: per concedersi una tregua fisica e tirare il fiato, Elvis rivoluziona l’introduzione dei musicisti, dando spazio ai singoli assoli della TCB Band e della Joe Guercio Orchestra, oltre a delegare interi brani al gruppo dei Voice (Bringing It Back, Aubrey). Un’intuizione nata dall’affanno che diventerà un punto fermo nell’evoluzione dell’Elvis Presley Show nei tre anni successivi.
In conclusione questo ultimo show del Summer Festival 1974 ci restituisce un Elvis tragicamente umano. Non più soltanto l’icona incrollabile di Memphis, ma un gigante fragile che tenta di domare la propria voce e la propria vita sul palcoscenico di Las Vegas, offrendo al pubblico uno degli spettacoli più viscerali, convulsi e rivelatori della storia del rock.

THE RACING TIGER rappresenta il miglior prodotto attualmente disponibile del concerto del 2 settembre ’74
