L’estate del 1956: cosa passava in radio?
Il 13 luglio 1956 la RCA Victor metteva in commercio un 45 giri senza lato B. Su una facciata “Hound Dog” e sull’altra “Don’t Be Cruel”. La casa discografica non sa quale spingere e i disc jockey, nell’indecisione, le passavano tutte e due.
Chi canta ha ventuno anni, si chiama Elvis Aaron Presley e diciotto mesi prima guidava un camion a Memphis. Entro la fine dell’anno quel disco avrà venduto oltre quattro milioni di copie.
Ma per capire davvero cosa significhi quell’estate bisogna smettere di guardare solo Elvis e ascoltare la musica intorno a lui. Perché nel 1956 la musica americana non è solo musica, ma è lo specchio di una società benpensante e classista, non ancora pronta ad affrontare la rivoluzione del rock and roll che Elvis si apprestava a guidare.
Cosa c’era davvero al numero uno delle classifiche
Ricostruire la colonna sonora di quei tre mesi aiuta più di qualsiasi definizione:
- 16 giugno – 27 luglio: “The Wayward Wind” – Gogi Grant
- 28 luglio – 3 agosto: “I Want You, I Need You, I Love You” – Elvis Presley
- 4 agosto – 17 agosto:”My Prayer” – The Platters
- 18 agosto – 2 novembre: “Don’t Be Cruel / Hound Dog” – Elvis Presley
Undici settimane consecutive per l’ultimo: un record che resterà imbattuto per trentasei anni.
Ma la classifica dell’estate 1956 non è un monoblocco rock and roll.
Nella top 50 di fine anno convivono mondi lontanissimi:
l’orchestra di Nelson Riddle con “Lisbon Antigua”, Les Baxter con “The Poor People of Paris”, Doris Day con “Que Sera, Sera”, Dean Martin, Perry Como, Patti Page, Bing Crosby con Grace Kelly.
Musica orchestrale, cinematografica da soggiorno borghese.


Tre classifiche, tre Americhe
Nel 1956 Billboard non pubblicava una classifica: ne pubblicava tre famiglie distinte: Pop, Country & Western e Rhythm & Blues. Non una scelta editoriale, ma la fotografia della segmentazione sociale di un intero paese.
Il pop era il mercato “rispettabile”: orchestre, crooner, temi da film, arrangiamenti costosi.
Un mercato di adulti con potere d’acquisto che comprava anche i 33 giri e possedeva un giradischi in salotto.
Perry Como, Doris Day e Nelson Riddle vendevano a chi aveva una casa di proprietà nei nuovi sobborghi.
Veniva poi il country, che fino al 1949 Billboard chiamava ancora hillbilly, con un accezione spesso negativa per indicare la popolazione bianca delle zone rurali e montuose degli Stati Uniti, i cosiddetti “zoticoni”.
Troviamo in classifica Johnny Cash con “Walk the Line” ( il primo dei suoi tredici numero uno country), Ray Price con “Crazy Arms”, Carl Perkins con “Blue Suede Shoes” e non dimentichiamo “Heartbreak Hotel” di Elvis, al numero uno country per diciassette settimane consecutive.
C’era poi la musica R&B, termine elegante con cui l’America cercava di riqualificare quella musica che fino al 1949 veniva definita “race records”.
Nuovo nome stesso perimetro: dischi fatti da artisti neri per un pubblico nero, distribuiti da etichette indipendenti, suonati da stazioni radio specifiche.
Nel 1956 quella classifica appartiene a Little Richard (Long Tall Sally), Fats Domino (I’m in Love Again e Blueberry Hill), Frankie Lymon ( Teenagers e Why Do Fools Fall in Love)…
Il pezzo simbolo d iquell’estate è però lostrumentale: “Honky Tonk” di Bill Doggett, che resterà al primo posto R&B per tredici settimane non consecutive e sfonderà anche nel pop.
E poi ci sono The Platters, l’unico gruppo nero capace di stare stabilmente in cima anche alla classifica pop, grazie a un repertorio volutamente levigato.
Il punto di rottura
E’ in questo contesto “Don’t Be Cruel” diventa un evento storico e non solo un successo musicale. Il disco arriva al numero uno contemporaneamente nelle classifiche pop, country e R&B.
“Don’t Be Cruel” è scritta da Otis Blackwell, autore nero di Brooklyn, che l’aveva ceduta per 25 dollari.
Per farla registrare a Elvis, Blackwell dovette cedere metà dei diritti e metà della firma.
“Hound Dog”, dall’altro lato, era stata scritta da Leiber e Stoller per Big Mama Thornton, che l’aveva incisa nel 1952 vendendo oltre mezzo milione di copie e restando sette settimane al numero uno R&B, senza che il grande pubblico bianco ne sapesse nulla.
Elvis, per inciso, non conosceva la sua versione: aveva sentito quella addomesticata di Freddie Bell and the Bellboys.
È il meccanismo delle cover bianche, la macchina economica più efficiente degli anni Cinquanta. Quando un pezzo R&B mostrava potenziale, un’etichetta major ne faceva incidere una versione più morbida a un interprete bianco, che raccoglieva le radio e le vendite. Nel 1956 Pat Boone è tredicesimo nella classifica annuale con “I Almost Lost My Mind” dopo aver già coperto “Tutti Frutti” di Little Richard e “Ain’t That a Shame” di Fats Domino. Ma Elvis alza l’asticella a un livello fino ad allora mai toccato.
Elvis non copia, assorbe e restituisce qualcosa mai visto e sentito.
La radio che rese tutto questo possibile
La televisione aveva svuotato la radio nazionale: gli sponsor e i grandi programmi si erano trasferiti sul piccolo schermo. Le stazioni radiofoniche, per sopravvivere, si erano reinventate locali e specializzate.
Parallelamente crescevano le stazioni rivolte al pubblico afroamericano. La “WDIA di Memphis” aveva convertito la programmazione nell’ottobre del 1948 diventando la prima emittente statunitense interamente programmata da e per afroamericani.
Da lì passarono B.B. King e Rufus Thomas. E da lì ascoltava, adolescente, anche un ragazzo bianco di Memphis che abitava in un quartiere popolare.
E non dimentichiamo il “45 giri”, economico, indistruttibile e così piccolo da poter essere trasportato. Una vera rivoluzione popolare in confronto ai costosi formati del tempo. Per la prima volta nella storia un adolescente poteva comprare musica con la paghetta, senza passare dal giradischi dei genitori. Il “teenager” non era ancora un fatto sociologico: nel 1956 stava diventando, prima di tutto, un mercato.
Chi aveva paura del rock and roll e perché
L’opposizione non fu solo generazionale. Fu, in modo dichiarato, razziale e sociale.
Il 10 aprile 1956, a Birmingham in Alabama, Nat King Cole ( l’artista nero più elegante e meno “sovversivo” del panorama americano) venne aggredito sul palco da militanti organizzati da Asa Carter. Il pretesto ideologico era che la musica popolare nera stesse corrompendo la gioventù bianca del Sud.
Consigli comunali che vietano i concerti, sermoni domenicali, campagne di stampa: la reazione al rock and roll fu la reazione al fatto che i figli della classe media bianca stessero comprando, ballando e amando musica prodotta da chi il sistema teneva rigorosamente fuori dal salotto.
L’estate del 1956 è il momento in cui quella barriera smette di funzionare come prima.
Non crolla, ci vorranno anni e le leggi sui diritti civili, ma il mercato ha già cominciato a ignorarla.
Cosa resta dell’estate del 1956
Guardata oggi, quella stagione non è la storia di un artista che sfonda.
È la storia di un sistema di separazioni che smette di reggere.
Tre classifiche pensate per tenere separati tre pubblici per classe, per reddito e per colore della pelle che si trovano di colpo con lo stesso disco al primo posto.
Una tecnologia economica, il 45 giri, che consegna il potere d’acquisto nelle mani di chi non ne aveva mai avuto.
La radio in crisi si reinventa specializzandosi mettendo in circolo suoni che prima restavano confinati nei ghetti poveri.
Elvis Presley non ha inventato nulla di quello che cantava.
Ha fatto qualcosa di più raro: ha reso impossibile continuare a fingere che quei tre pubblici fossero tre paesi diversi.
Ed è per questo che, settant’anni dopo, quel 45 giri senza lato B continua a raccontare l’America meglio di molti libri.
La playlist dell’estate 1956
• Don’t Be Cruel / Hound Dog – Elvis Presley | #1 pop, country e R&B
• The Wayward Wind – Gogi Grant | #1 pop, giugno–luglio
• My Prayer – The Platters | #1 pop, agosto
• Que Sera, Sera – Doris Day | pop adulto, dal film di Hitchcock
• I Walk the Line – Johnny Cash | #1 country
• Crazy Arms – Ray Price | #1 country, 20 settimane
• Long Tall Sally – Little Richard | #1 R&B
• Honky Tonk – Bill Doggett | #1 R&B, 13 settimane
• Why Do Fools Fall in Love – Frankie Lymon | R&B / crossover
• I’m in Love Again – Fats Domino | R&B / crossover
• Be-Bop-A-Lula – Gene Vincent | rockabilly
• Blue Suede Shoes – Carl Perkins | country / rockabilly
• Lisbon Antigua – Nelson Riddle | pop orchestrale
