The ‘68 Comeback Special – Il dietro le quinte dello Special
Un panorama musicale in fluida evoluzione
Nei primi giorni di gennaio 1968 il mondo della musica non si è ancora ripreso per la tragica scomparsa di Otis Redding (avvenuta il 10 dicembre 1967) che il giorno 8 esce The Dock of the Bay, il suo album postumo, e l’omonimo singolo diventa una hit di successo: n. 1 negli USA e n. 3 nel Regno Unito.
Sunshine of Your Love dei Cream inizia a macinare vendite in Gran Bretagna per poi, dopo l’estate, arrivare nelle top 5 negli USA, seguita a ruota anche da White Room. Simon & Garfunkel fanno uscire nei primi giorni di febbraio Mrs. Robinson ed è subito una hit di successo globale. Aretha Franklin fa il botto con Think e I Say a Little Prayer. I Beatles lanciano a marzo il singolo Lady Madonna e si tengono nel taschino Hey Jude, che uscirà in estate andando a dominare le classifiche mondiali. Di lì a poco i quattro ragazzi di Liverpool inizieranno le lunghissime sessioni per realizzare The White Album.
Gli Steppenwolf con Born to Be Wild sbancano. C’è anche un nuovo gruppo che ha pubblicato un disco a gennaio: si chiamano Creedence Clearwater Revival e la loro Suzie Q inizia a farsi strada nelle classifiche durante l’estate.
Il 7 settembre una nuova band chiamata Led Zeppelin si esibisce live. Il 19 settembre gli Who iniziano a registrare il loro album Tommy.
In tutto questo Elvis Presley dov’è? Dov’è colui che è stato definito il Re del rock? Pare strano, ma l’artista musicale che aveva maggiormente rivoluzionato e influenzato il panorama musicale a cavallo tra la metà degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta era considerato un prodotto antico, del passato. A giugno 1968 era uscito il suo ennesimo filmetto musicarello: Speedway (in italiano A tutto gas). Con tre milioni di budget spesi ne aveva incassati appena due al botteghino. In poche parole, Elvis Presley è sparito dai radar delle classifiche musicali.
Monotonia e qualche piccolo segnale di ripresa
Niente accade per caso. Neanche quello che passerà alla storia come il Comeback Special del ’68 di Elvis Presley. Ciò che sta attraversando il Re nel periodo a cavallo tra il 1966 e l’estate del 1968 può essere definito come un loop senza fine, caratterizzato da sessioni mediocri di registrazione in sala e copioni di film quasi identici. Qua e là ci sono stati degli sporadici momenti sorprendenti: uno su tutti il primo Grammy Award vinto nel 1967 per la canzone How Great Thou Art, premiata come Miglior Interpretazione di Musica Sacra e uscita nell’omonimo album gospel. Un album che è stato un vero e proprio fuori programma nella carriera di quel momento storico di Elvis. Prima ancora, nel 1966, durante le sessioni di un ennesimo film di serie B, Spinout (allegramente tradotto in italiano in Voglio sposarle tutte), Elvis arrangia e incide su due piedi una clamorosa versione di Tomorrow Is a Long Time di Bob Dylan: oltre cinque minuti di capolavoro musicale. Sono segnali di ripresa? Forse sì. Più semplicemente sono la voglia di un uomo di fare qualcosa di diverso, di gettarsi nella mischia di quel cambiamento fluido quale è la musica del 1968. C’è un estremo bisogno viscerale di fare qualcosa di diverso dal solito: tornare a essere sé stesso. Rimettersi in gioco.
Steve Binder
Mentre Elvis si trova a un bivio della sua carriera, il Colonnello Parker ha già programmato il futuro del suo cantante: uno speciale natalizio per la NBC da trasmettere a dicembre del 1968. E qui arriva Steve Binder: eclettico regista, è lui che quattro anni prima ha portato in tv il T.A.M.I. Show mettendo insieme James Brown, i Rolling Stones, i Beach Boys, Chuck Berry e altri; è lui che diventa l’interlocutore principale – insieme al produttore Bob Finkel – di Elvis e del Colonnello. Ed è lui che apre la breccia giusta nel Re.
Elvis è da sempre un uomo con un estremo bisogno di essere preso sul serio e di sentire nuovi stimoli creativi da parte delle persone che gli ruotano intorno. Steve Binder è quella scossa che da anni sta mancando alla sua vita professionale. Binder stesso è un fan dell’Elvis che fece esplodere l’America intera con le sue prime tracce alla Sun Records e poi alla RCA nella seconda metà degli anni Cinquanta. Capisce che il bisogno di Elvis è quello di tornare a fare la musica vera, quella che piace a lui, non quelle canzonette preimpostate scritte dallo staff di autori messi insieme dal Colonnello Parker da utilizzare come colonne sonore dei suoi film. Occorre fare una cosa molto semplice: tornare alle origini.
Per fare questo Binder mette in piedi una squadra di scenografi e musicisti: essendo uno speciale televisivo – e lui ha molta esperienza nel settore – Binder decide di creare diversi scenari in cui far recitare il cantante. La prima idea strutturale è quella di uno speciale in stile musical: Elvis dovrà presentarsi per l’occasione cantando un mix tra brani classici e nuovi, tutti però con una componente di arrangiamento del tutto differente dal passato. Sarà questa una delle chiavi del successo.
Il materiale musicale
Elvis, tra il 7 e l’11 marzo 1968, si è già dedicato a una sessione di registrazione per un altro (l’ennesimo) film in programmazione per l’anno successivo. Alcuni brani meritevoli di essere presi in considerazione con il senno di poi, come una take 1 di A Little Less Conversation (inspiegabilmente scartata e ripresa dagli archivi solo nel 1998), ci chiariscono fin da subito che il timbro del cantante è in piena evoluzione. C’è un timbro da rocker lì sotto: Elvis sta tornando alle sue origini.
Nel mese di giugno Binder ed Elvis iniziano la lavorazione allo Special. Presso i Western Recorders Studio 1 di Hollywood, tra il 20 e il 24 giugno, viene realizzato quasi il 50% del materiale audio e video legato allo speciale natalizio che verrà trasmesso il 3 dicembre.
Il repertorio che viene scelto, se ci facciamo caso, va a esplorare una serie di brani usciti nelle ultime sessioni di registrazione sparse tra il 1966 e il 1967. Guitar Man è una canzone che Elvis ha inciso di recente, precisamente nel settembre 1967: per farlo si era servito del suo autore, Jerry Reed, che incise insieme ai musicisti di Elvis la parte ritmica della chitarra nella cover del Re.
Il 20 giugno 1968 si comincia con un arrangiamento veramente rock. Venne messa su una squadra di musicisti poliedrici al seguito: Tedesco, Deasy e Casey alle chitarre, Berghofer al basso, Blaine alla batteria, Randi al pianoforte, un paio di percussionisti (Cyr e Franks), Morgan all’armonica, Alberti e Wolfe alla pianola. Per non parlare di un’ulteriore squadra di orchestra e coristi.
Let Yourself Go proviene dalle sessioni del film Speedway e viene rinfrescata a dovere. Anche Big Boss Man, incisa nel 1967, viene riadattata. Non mancano nei giorni successivi arrangiamenti che invadono il pop melodico, come per esempio una nuova versione di It Hurts Me.
L’approccio di queste sessioni rappresenta una cura maniacale del dettaglio, sia da parte di Elvis sia di Binder. Ogni canzone, infatti, ha una sua collocazione ben precisa all’interno dello speciale: verranno girati una serie di piccoli movie con Elvis che passa da una location all’altra, cantando in playback nelle scene filmate e che, nella sua figura di ramingo con la chitarra sulle spalle, compie quasi un cammino interiore.
Contro il Colonnello
Giornate memorabili sono sicuramente quelle del 21 e 22 giugno, in cui Elvis esplora fin nei minimi dettagli due lunghissimi medley di genere gospel: tra le canzoni scelte c’è anche Where Could I Go but to the Lord, incisa dal cantante nel suo precedente album gospel del 1967.
Tutti questi brani sono resi unici da un’impostazione vocale che Elvis non ha mai avuto così potente e rock prima d’ora: c’è un’evoluzione costante, sia nel vibrato sia nelle note basse. Una prova che siamo davanti a un momento unico della sua carriera avviene quando incide un nuovo brano, scritto appositamente per lo speciale: If I Can Dream.
Non è una canzone come tutte le altre: possiamo considerarla il culmine delle tracce incise in studio. Un brano di carattere sociale, scritto per l’occasione da Walter Earl Brown e Billy Goldenberg, nei confronti del quale il Colonnello ha tutte le rimostranze possibili. Un brano sociale da far cantare al suo pupillo? Non se ne parla. Invece Elvis e Binder tirano dritto e nella giornata del 23 giugno 1968 lo incidono. La giornata del 24 giugno è dedicata ancora alla realizzazione di ulteriori dettagli e perfezionamenti. C’è anche un nuovo brano, Memories, che Elvis incide con grande impegno.
Burbank
Ma c’è qualcosa che ancora manca. In pratica in quattro giorni di registrazioni buona parte dello speciale è pronto, ma l’ennesimo coniglio dal cilindro Binder lo tira fuori mentre osserva l’artista nel backstage di quei giorni, nel suo camerino alla sera. È in queste serate di inizio estate che accade il miracolo: Elvis si chiude nel camerino tutte le sere, fino a notte fonda. Insieme a lui ci sono gli amici del passato: da Charlie Hodge a Scotty Moore, passando per D.J. Fontana. Hodge ha una chitarra acustica, Elvis lo stesso, Scotty Moore porta con sé la propria elettrica. D.J. Fontana improvvisa la batteria battendo le bacchette prima su un tavolino, poi sulla custodia in pelle della chitarra di Scotty. È un frullatore di emozioni e di arrangiamenti che avvengono sul momento: Elvis è il leader e torna a realizzare i brani del suo passato, compreso un blues che avrebbe tanto voluto incidere già nell’estate 1967, quando poi – come abbiamo visto – la sessione fu cancellata e si dette priorità ad altro: si tratta di Baby What You Want Me to Do.
Binder ha davanti a sé il futuro: portare Elvis a essere sé stesso con i suoi musicisti del passato. È così che nasce l’idea di inserire all’interno dello speciale la cosiddetta mazzata finale nei confronti del Colonnello: sostituire l’Elvis natalizio con l’Elvis artista, animale da palcoscenico, puro uomo rocker. Le intuizioni di Binder sono geniali e sono: 1) filmare live on stage ciò che Elvis e i suoi vecchi musicisti fanno nel backstage, quindi creare una scenografia Elvis-centrica, un ring con il pubblico intorno; 2) dare a Elvis la possibilità di improvvisare al 100%; 3) filmare Elvis da solo sul ring con un’orchestra dal vivo che arrangi i suoi brani in veste più moderna e far sedere il pubblico su degli spalti. Nascono così i sit-down show e gli stand-up show, negli studi di Burbank della NBC, il 27 e il 29 giugno. Elvis torna a cantare per un pubblico dopo sette anni di assenza.
In sintesi: fanculo lo speciale natalizio con Babbo Natale. Stavolta Elvis suonerà rock allo stato puro.
Il ritorno del Re
Reinventarsi. Scommettere tutto su sé stessi. Cambiare look. Tornare live dopo tanti anni.
Eccole qui le dinamiche del Comeback Special. Elvis riesce a tornare quello che era stato nel passato e a essere allo stesso tempo diverso. Non è mai accaduto sulla scena musicale un ritorno di questo tipo: un artista dato per morto (musicalmente parlando), il simbolo della generazione di metà anni Cinquanta, colui che aveva sconvolto il mondo, che rinasce dalle sue ceneri. Elvis la fenice. Eppure è così. Non si tratta solo di un semplice ritorno: sono le basi dell’Elvis del futuro, quello che tornerà di lì a poco a fare “musica”.
Il resto è storia: lo speciale viene trasmesso il 3 dicembre e diventa il programma più visto dell’anno per la NBC. L’LP dal titolo Elvis è uscito nel frattempo a fine novembre e la scia del successo televisivo lo porta a salire nelle classifiche Billboard. L’album si piazza al n. 8 nella Top 200 di Billboard. Il successo traghetta If I Can Dream alla posizione n. 12 nella Hot 100.
Ed è proprio su questo brano che occorre tornare. Negli ultimi giorni di riprese (precisamente il 30 giugno 1968) Elvis e Binder decidono di dare nuova vita a questo brano, che avevano già inciso qualche giorno prima. Elvis avrebbe chiuso lo speciale proprio cantando la sua nuova hit. Inutile dire che quelle quattro prove fatte live rappresentano l’apice artistico di questo momento storico del Re. Non è un caso se tutt’oggi – anche grazie alla spinta del film di Luhrmann – If I Can Dream è considerato il simbolo del ritorno sulle scene di Elvis. Il marchio del ritorno del Re.
